Una giornata che ricorderò

Santi tutti, che avete abbandonato Amatrice

26 Ago , 2016  

Sant’Emidio, Sant’Emidio, lo hai fatto apposta! “No, Sant’Emidio, non esisti. Non esistono i santi, non esistono. Povera sorella mia, ti hanno abbandonata. Povera sorella mia, sei morta”. L’urlo è lacerante, davanti al corso principale di Amatrice, il paese del Lazio che non c’è più, come dice il suo sindaco, Sergio Pirozzi.

DSCN1371Ha ragione quella donnina con i capelli bianchi e il volto trasfigurato dal dolore: Sant’Emidio, il protettore dei terremoti venerato qui nel reatino ad Amatrice non c’era proprio l’altra notte alle 3 e 36 minuti. La donnina urla, il figlio la strattona per il braccio: “mamma, non così, basta!”. Lei urla di più. Un giovane della protezione civile pietoso le porge una bottiglia d’acqua, lei l’afferra e se la rovescia sulla testa, povera donna sventrata come le case del corso: solo la prima è in piedi a metà, e sembra uno spettro, con il piano di sopra che sporge un po’ più intatto e potrebbe crollare sulle macerie del piano terreno da un momento all’altro.

DSCN1382La città non c’è più, alcuni edifici sono restati in piedi, scalcinati, ma ancora integri nella struttura. Sono venute giù tutte le chiese del paese. La sola restata in piedi quasi integra è la più brutta e la più nuova, quella di Santa Maria Assunta, dell’opera don Minozzi. Il cemento bianco ha resistito, le pietre che hanno affrontato i secoli questa volta si sono sbriciolate. In fondo al paese c’era una chiesa esagonale del ‘300. Per 700 anni ce l’aveva fatta, di lei ora non resta che una colonna in pietra che si staglia sul profilo delle montagne.

DSCN1338Non c’è più la cattedrale, e fra i calcinacci di quella che fu resta solo il cartello spettrale che indica la Porta Santa, per avere misericordia. Al centro del corso come un fantasma lì per ricordare la vita che ci fu, pende e ogni ora che passa pende di più un campanile che ha sfidato la scossa. Ma sotto di lui solo polvere e pietre. Dio non sembra avere avuto pietà di Amatrice. Ha lo sguardo smarrito e parla con un filo di voce il parroco del paese, don Savino D’Amelio.

DSCN1332Gli chiedo quanti suoi parrocchiani mancano all’appello, mi risponde “tutti, quasi tutti”, mi racconta i primi cadaveri estratti, le vite che avevano pulsato fino alla sera prima. Vorrebbe stringere i denti, ma piange, impolverato anche lui come chi ha scavato per ore alla ricerca di un’anima in vita… “Don Savino, don Savino, vieni, che forse ne abbiamo trovato uno vivo!”. Sì, in quelle vie che gli archivi del comune datano esattamente 1602 (l’età di quelle case di pietra), i volontari della protezione civile, i giovani del posto e i pompieri stanno togliendo con delicatezza una a una le pietre crollate su se stesse. All’improvviso si fermano: “zitti, per favore zitti!”.

DSCN1353Esce un lamento dall’inferno di quelle pietre, arrivano i cani molecolari dei carabinieri ed è certo: qualcuno è vivo. Scavano più veloce, sì, eccolo. Lo issano sulla barella, è un omone, è chissà quanti anni ha. E’ tutto bianco, dalla testa ai piedi, è vivo ma sembra morto. Poi sulla barella si lamenta: “il braccio, il braccio…. la gamba, la gamba…”. Via sull’ambulanza a sirene spiegate verso il primo ospedale.

DSCN1405Fino a sera però la maggiore parte di quelli che riescono a tirare fuori non ce l’hanno fatta. Vengono avvolti e chiusi in teli, issati sulla barella dei pompieri, portati mestamente verso i luoghi di raccolta. Ecco un obitorio nel garage di un istituto tecnico, uno dei pochi che ha resistito. Continuano ad arrivare le ambulanze e i barellieri appoggiano lì nuovi morti. Sulle scalette davanti al garage c’è chi deve riconoscerli: un parente, un amico, un conoscente.

DSCN1329C’è anche quella donnina che urlava. Ora è muta, cammina avanti e indietro e non dice più una parola. Si appoggia a una inferriata e riposa lì la testa, piegata, con lo sguardo che non sa più che dire. Piange qualche ragazzina consolata da adulti. Poi ci sono gli uomini. Gente di montagna, non lascia che scorra una lacrima. Un pastore in canotta bianca seduto sulla scaletta della scuola a fianco dell’obitorio guarda terra immobile.

DSCN1398Starà così per ore, mentre gli sfilano davanti le autorità: il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, il deputato Pd reatino Fabio Melilli, il volto distrutto, il sindaco del paese. Arriverà poi anche il presidente del Consiglio Matteo Renzi, ammutolito pure lui dopo avere visto. “Siamo gente di montagna, abituata a combattere”, mi dice il sindaco Pirozzi, “e con la solidarietà che si sta vedendo non dobbiamo perdere la fiducia, e sono convinto che ci rialzeremo. Ma ora è una tristezza immane. El’ho capito subito quando sono riuscito a scappare da casa mia: ho guardato che era crollata la porta della città e ho realizzato chi poteva ancora essere vivo e chi no”.

DSCN1348I no purtroppo saranno tanti. A pochi passi dal comune, insediato in un previdente container antisismico acquistato da qualche tempo, c’era la scuola elementare aperta nel 2012 dopo una ristrutturazione di un edificio già esistente: si è accartocciata su se stessa. Pochi metri più in là altre macerie, da cui spuntano felpe, stracci, pantaloni, perfino delle palle dell’albero di Natale.

DSCN1378Giorgio, un signore di Roma che insieme alla moglie e a un amico aspetta il figlio che da Roma li sta venendo a prendere, spiega: “quelle pietre accartocciate erano quattro condomini, quattro case popolari. Due alte tre piani e due di quattro piani, due o tre alloggi per piano”. Fa il calcolo a memoria: “ci saranno stati 36 appartamenti almeno. Lì sotto ci sono 70-100 persone, perché erano tutti abitati” Giorgio è stato svegliato con la moglie e l’amico dalla scossa: “è stata tremenda, pazzesca. Tutti i mobili si sono mossi da un lato all’altro delle stanze, poi il movimento è stato dal basso verso l’alto, e si sono capovolti. Le mura di casa nostra per fortuna hanno tenuto, e siamo riusciti a scappare”.

DSCN1346Ce l’hanno fatta loro, come Nicoletta, una romana che ha casa lì. Era insonne l’altra notte, ha letto e proprio alle 3 e mezza ha iniziato a pregare, “poi un gran boato e giù i calcinacci. Ero terrorizzata, non si riusciva nemmeno a uscire dalla casa. Un vicino mi ha preso per mano e si è ricordato di un tunnel che portava alla piazza, l’abbiamo imboccato e ci siamo salvati”. A qualcuno Sant’Emidio ha fatto la grazia. Di troppi si è dimenticato. E saranno tanti, perché mancano all’appello anche moti ospiti del celbre albergo Roma, quello che ha inventato la pasta all’amatriciana. Due sono morti, decine di altri ancora dispersi. E sotto quelle pietre chissà quanti altri perché non hanno più nessuno che possa ricordarsi che erano lì. Dimenticati, come è accaduto lassù al loro paese…

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