Retroscena

In poltrona fino al 20 maggio 2018, sperando di fare fuori Grillo e Salvini

21 Mar , 2017  

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La parola è ormai scomparsa da settimane dal vocabolario della politica interna italiana: nessuno chiede più “elezioni” anticipate, né quelle improbabilissime di fine primavera, né quelle ipotizzate in autunno. E’ dato quasi per scontato sia nei gruppi di maggioranza che in quelli di opposizione che alle urne non si andrà prima del 2018, e per il momento si commentano solo elezioni e campagne elettorali di altri paesi, sperando di incassarne indirettamente qualche piccolo dividendo come è appena avvenuto con l’appuntamento olandese.

Ora che chi lo temeva ha sventato il rischio di un precipizio verso quelle urne tenute più di ogni altra cosa al mondo, è partita però un’altra gara dall’aspetto grottesco: quella a guadagnare quanti giorni più possibili di vita della attuale legislatura. L’obiettivo- visto che le elezioni si possono rinviare solo per legge e solo in caso di guerra- è di spremere il calendario fino all’ultimo istante, portare il tempo all’estremo: è il nuovo patto fra le principali forze politiche, una sorta di Nazareno bis. Che punta all’ultima data possibile: quella di domenica 20 maggio 2018. Per farlo gran parte delle forze politiche ha consultato proprio in questi giorni i costituzionalisti di fiducia, che si sono prodotti in una serie di pareri tecnici sul “dies a quo” o il “dies a quem”, di cui risparmiamo qui il contenuto riservato agli addetti ai lavori.

Ne traduciamo il senso, ed è assai più semplice: fino a che punto si potrebbe allungare questa legislatura? Quale sarà l’ultimo giorno possibile in cui il presidente della Repubblica sarà comunque costretto a sciogliere le Camere? E di conseguenza quale sarà la domenica estrema in cui comunque bisognerà rassegnarsi a ridare agli italiani il potere di scegliere i propri rappresentanti? Pur se esistono opinioni diverse di qualche settimana, la risposta dei professori più gradita è stata che oltre il 24 maggio dell’anno prossimo non si potrà andare. E cadendo questo giorno in mezzo alla settimana (sarà un giovedì), l’ultima domenica possibile per il voto sarà proprio quella del 20 maggio.

Come si arriva a quella data? Semplice: la legislatura in corso- una delle più confuse e travagliate della storia repubblicana, è nata dallo scioglimento di quella precedente con decreto del presidente della Repubblica in data 22 dicembre 2012. Le elezioni furono fissate il 24 e il 25 febbraio 2013, e la prima seduta del Parlamento fu il 15 marzo 2013. La Costituzione italiana stabilisce solo che la durata della legislatura debba essere di 5 anni. La legge stabilisce che le Camere vadano rinnovate entro 70 giorni dalla fine della precedente legislatura: un periodo dove sopravvivono le vecchie Camere in prorogatio. Poi si sono sbizzarriti gli esperti a definire come vadano calcolati esattamente i termini di inizio e di fine della legislatura.

Le opinioni sono diverse, e i termini potrebbero decorrere con riferimento a una delle tre date sopra citate (scioglimento, elezioni e insediamento della nuova legislatura), ma di una cosa sono tutti certi: il termine ultimissimo oltre al quale non si può andare per fare scattare i 70 giorni entro cui debbono per forza tenersi nuove elezioni sarà quello del 14 marzo 2018. Da lì si arriva appunto alla domenica 20 maggio utilizzando tutto il tempo a disposizione, ed è una soluzione su cui stanno puntando in tanti, da Angelino Alfano a Silvio Berlusconi, da Pierluigi Bersani ai vari partitini. Forse l’unico che non condivide è Matteo Renzi, ma nel suo Pd sono in tanti a spingere verso la data estrema.

Questione da azzeccagarbugli si dirà, e lo è. Ma bisogna capire perché le principali forze politiche in questi giorni di altro al loro interno non parlino se non di questa corda tesa fino all’estremo, di questo tempo che per loro sarebbe guadagnato. Perché anche a chiederlo ai protagonisti, altro non si ricava che misteriose e incomprensibili risposte: “c’è tempo ancora. Qualcosa accadrà”. Eppure basta guardare l’agenda dei lavori di Camera e Senato per capire come il tempo sia una chimera: si sta facendo poco o nulla, tutti i nodi da risolvere restano irrisolti, non c’è la minima spinta a trovare ad esempio soluzioni all’unico motivo per cui Paolo Gentiloni è a palazzo Chigi e questa legislatura si sta trascinando: la scrittura di una nuova legge elettorale che non condanni l’Italia a un impasse pressochè certo.

Passano i mesi e il nulla che si fa non cambia: è ancora nulla. E nulla sarà. Ma a Montecitorio come a palazzo Madama ci si gode questa attesa quasi si avesse la certezza fideistica di un miracolo in arrivo: un cataclisma giudiziario o politico, un fulmine improvviso che faccia fuori quello che si considera l’ostacolo ad ogni futura intesa: si chiami questo Matteo Salvini o soprattutto Beppe Grillo con i rispettivi partiti. E allora lumini accesi a pregare che il tempo si stenda come un elastico magico. Senza pensare che a tirarlo troppo, poi l’elastico si rompe e alla fine ci si fa ancora più male…

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