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Colpo di spugna Letta-Renzi: segretati i soldi delle lobby ai partiti

7 Apr , 2015  

Che ci fosse sotto la fregatura l’avevamo immaginato in tanti. C’è voluto però quasi un anno per farla emergere, ed è in parte merito dei nuovi scandali, della nuova Tangentopoli che ha portato in primo piano il rapporto fra la politica e i suoi occulti finanziatori. Ed è proprio lì la fregatura, contenuta in quella legge pomposamente chiamata “abolizione del finanziamento pubblico dei partiti”, che non solo non ha abolito affatto quel finanziamento, ma a sorpresa dopo 33 anni ha cancellato anche quel minimo di trasparenza che esisteva sui finanziamenti privati ai partiti.

renzi lettaNaturalmente si erano tutti ben guardati dal dirlo, e buona colpa abbiamo noi operatori dell’informazione che non ce ne siamo accorti, forse un po’ confusi dal burocratese con cui la nuova legge è stata scritta. Fatto sta che grazie all’articolo 5 di una legge di cui si sono gloriati ben due presidenti del Consiglio (Enrico Letta che la varò come decreto, e Matteo Renzi che la cavalcò alla fine) non è più obbligatorio rivelare i nomi dei finanziatori dei partiti politici al di sopra dei 5 mila euro (e fino a 100 mila euro che è diventato il limite massimo). La nuova legge stabilisce infatti che quei versamenti siano tracciabili, e quindi controllabili dall’amministrazione finanziaria o dalla giustizia italiana. Ma non debbono più necessariamente essere rivelati agli elettori dei partiti, perchè possono appellarsi alla legge sulla privacy e sono esentati espressamente da quell’obbligo che risaliva al lontano 1981.

ladromascherato-975L’opacità della nuova politica è evidente. Perfino nella prima Repubblica, anche durante Tangentopoli, la legge stabiliva che per qualsiasi contributo ai partiti era necessaria una dichiarazione congiunta firmata sia da chi dava che da chi riceveva e trasmessa alla tesoreria del Parlamento. Qualsiasi cittadino italiano iscritto nelle liste elettorali poteva dietro la semplice presentazione di un documento di identità recarsi in quell’ufficio e chiedere chi aveva finanziato questo o quel deputato, questo o quel partito politico. Entro tre mesi dalla ricezione del contributo infatti era obbligatorio depositare quel finanziamento e renderlo pubblico, e a fine anno tutti insieme dovevano essere indicati nei bilanci dei partiti.

partitiDa un anno questo minimo livello di trasparenza è stato abolito (curiosamente per tutti i partiti meno il Movimento 5 stelle a cui grazie a un comma è stata imposta quella trasparenza nei fondi che gli altri partiti rifiutano). E’ grazie a quel codicillo che era sfuggito ai più ad esempio che il Pd ha potuto non rivelare i partecipanti alle famose cene di autofinanziamento svoltesi a novembre 2014 alla presenza del presidente del Consiglio, Renzi. Mai rivelati nemmeno i contributi versati dal tavolo in cui era presente Salvatore Buzzi, il re delle cooperative sociali arrestato nell’inchiesta su Mafia Capitale. Dopo l’intervento della magistratura un altro dirigente della cooperativa a piede libero ha rivelato che furono comprati posti a tavola per 10 mila euro, e quindi secondo la legge che era in vigore dal 1981, quei soldi avrebbero dovuto essere dichiarati e resi pubblici (sono esentati invece i contributi inferiori a 5 mila euro nel corso dell’anno solare). Questo invece non è avvenuto. Come non sono stati più dichiarati contributi ricevuti da coop rosse, e mille altri.

cassaforteGli obblighi di trasparenza che c’erano sempre stati e che- se violati- comportavano sanzioni anche dure, sono stati cancellati con un colpo di spugna dal duo Letta-Renzi. Secondo le nuove norme quegli obblighi scattano solo sui finanziamenti di “soggetti i quali abbiano prestato il proprio consenso, ai sensi degli articoli 22, comma 12, e 23, comma 4, del codice in materia di protezione dei dati personali”. Essendo volontari non ha più senso nemmeno definirli obblighi. Per altro anche sulle adesioni volontari c’è chi sta fregando ampiamente il desiderio di trasparenza degli elettori: i finanziamenti dovrebbero essere resi pubblici (una volta acquisito il consenso) sia sui siti Internet dei partiti che su quelli di Camera e Senato. A un anno dall’entrata in vigore di quelle norme non ce ne è uno solo né sui siti dei partiti né su quelli del Parlamento.

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