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Renzi e D’Alema? Sono identici. Per questo si odiano

1 Feb , 2017  

All’anagrafe uno potrebbe essere il padre dell’altro. Invece Massimo D’Alema e Matteo Renzi sono due fratelli gemelli. Fratelli coltelli, si direbbe in queste ore. Ma fratelli gemelli per più di un motivo. Nella storia repubblicana due soli presidenti del Consiglio hanno sfidato gli italiani spavaldi: “state con me, altrimenti io mi dimetto”, e lo hanno fatto in una contesa che non c’entrava nulla con il loro governo: D’Alema prima delle regionali del 2000, e Renzi prima del referendum costituzionale del 2016. E’ andata male l’una e l’altra volta, ed entrambi non sono tornati con mille contorsioni sui propri passi: si sono dimessi. Chapeau quella volta.

Gemelli nel bene, e anche nel male. Perché proprio nell’ultimo anno, davanti alla battaglia referendaria che li hanno visti opposti l’uno all’altro, sia Renzi che D’Alema hanno fatto un’altra promessa. Il primo ha assicurato che se avesse perso si sarebbe ritirato dalla vita politica. Il secondo disse che comunque fosse andata, di politica non si sarebbe più occupato: “non vedo l’ora che finisca la campagna per il referendum per tornare a fare il mio lavoro. Io voglio tornare a Bruxelles, il mio futuro è tornare a fare lo studioso”.

Due bluff, ed ecco qui i gemelli a misurarsi l’uno contro l’altro a muso duro, con D’Alema che minaccia la scissione dal Pd e pur di sgambettare l’altro è pronto a mandare in frantumi il centrosinistra italiana. Due orgogliosi, che per difendere quell’orgoglio sono stati disposti a perdere la poltrona a cui tenevano di più. Ma anche due gran bugiardi attratti l’uno dall’altro, che sentono il profumo della battaglia finale, come due Highlander: ne può restare vivo uno solo.

Non si può capire D’Alema se non nella sua istintiva capacità di vivere in guerra, di solito in guerre fratricide. Anche in questo sembra assai simile a Renzi: portati entrambi a scendere a patti con gli avversari veri (con Silvio Berlusconi uno ha stretto il pattodella crostata e l’altro quello del Nazareno), ma allo stesso tempo pronti a trovare linfa vitale nelle battaglie fratricide. D’Alema visse della contrapposizione a Walter Veltroni e Romano Prodi, Renzi è diventato famoso come rottamatore di tutti i notabili del suo partito. Era inevitabile che i due si dovessero trovare uno di fronte l’altro con la spada in mano.

Eppure, intuendo l’uomo che aveva davanti, il Renzi rottamatore ha sempre cercato di usare il guanto di velluto con D’Alema. Non è stato lui a metterlo fuori dal Parlamento, ma Pierluigi Bersani che sentiva quell’aria grillina che stava spirando forte in Italia. Anzi, se c’è una mossa che Renzi ha tentato fin dall’inizio della sua scalata a palazzo Chigi, è stata proprio quella di una via diversa con D’Alema rispetto a tutti gli altri rottamati. All’inizio sembravano quasi due alleati. Il misterioso incontro di Firenze al riparo dei riflettori, che aveva scatenato fantasie e retroscena politici. E Renzi da poco premier che corse a presentare il libro di D’Alema fra battute, scherzi e grandi abbracci.

Quel giorno i due si scambiarono grandi complimenti. “Matteo ha avviato un programma coraggioso e realistico”, disse D’Alema. E Renzi restituì la cortesia accendendo la speranza nel cuore di chi fu lìder Maximo: “Dobbiamo mandare in Europa le persone più forti che abbiamo e mi riferisco ai livelli istituzionali”, quasi a dire che D’Alema al termine della campagna elettorale per le europee sarebbe stato carta preziosa in mano al governo italiano per un incarico nelle istituzioni di Bruxelles. Quei mesi i due Highlander andarono quasi a braccetto: sembravano due innamorati. Ecco D’Alema il 14 aprile 2014, a Genova: “Il governo suscita tante speranze, e gode di un consenso importante. Noi siamo impegnati a sostenerlo, non a creargli difficoltà”. Di più: “Renzi ha il grande merito di avere messo le riforme all’ordine del giorno. Il Parlamento ne discuta, senza stravolgere il senso della riforma, che è il superamento del bicameralismo”. Un mese dopo (8 maggio) sempre D’Alema, a Rocca Imperiale, nel cosentino: “Le riforme sono necessarie, ed è stato merito del presidente del Consiglio avere dato impulso a un impegno riformatore”.

D’Alema si battè come un leone per il Pd in quella campagna elettorale, e quando dalle urne arrivò il fatidico 40% festeggiò proprio il segretario del suo partito: “Cosa ha fatto la differenza in qusta campagna elettorale?”, si chiese davanti alle telecamere di Sky, “la forza innovativa, il dinamismo, la speranza che Renzi ha portato nella vita politica italiana. Sono rimasto in contatto con lui per tutta la campagna elettorale, cui ho partecipato con grande intensità”. Nella stessa intervista a D’Alema stava già venendo l’acquolina in bocca, e fingeva ritrosia: “le nomine al vertice della Ue? Le decide il presidente del Consiglio e lui cercherà il modo migliore di capitalizzare il successo elettorale scegliendo le persone più adatte”. Che accadde poi? Lo avrebbe svelato proprio nel cuore della campagna referendaria del 2016 lo stesso Renzi: “D’Alema ce l’ha con me, perché l’ho nominato alto rappresentante della politica estera europea. Io ero disposto a farlo, ma per quel ruolo ci voleva una donna, anche se si tagliava i baffi se ne sarebbero accorti”.

Fatto sta che in quel fatidico 2014 il 28 luglio le agenzie batterono la notizia di un faccia a faccia Renzi-D’Alema a palazzo Chigi: un’ora di colloquio. Forse ipotizzarono come tagliare i baffi e mettere sue due tette. Ma finì con D’Alema scaricato e Federica Mogherini nominata al suo posto nella nuova commissione europea. Sulle prime D’Alema abbozzò, e si ritirò senza spada ma con guanti e stivaloni in campagna a vendemmiare le uve di quel buon vino che tante soddisfazioni gli avrebbe dato. Ma durò poco.

E in un crescendo rossiniano, via il fango degli stivaloni, in mano la spada fiammante e il costume da Highlander, alla battaglia finale, perché vivo ne deve restare uno solo dei due. Chissà se Renzi l’ha sottovalutato, e se mai si è chiesto se davvero valeva la pena correre i rischi che ora correrà per una Mogherini. Ma il rottamatore ora rischia di essere rottamato dall’altro. Che non potrà mai vincere, né diventare il solo che resta. Ma è tignoso, e con una sola ambizione ormai: fare perdere l’altro. Così D’Alema taglierà le fondamenta di quella casa comune della sinistra italiana? Forse, ma in fondo il Pd è mica figlio suo, l’ha inventato Veltroni, l’avversario di un tempo…

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