Pensiero

D’Alema si sbaglia: lui è più di Lupi, e non è un privato cittadino

1 Apr , 2015  

Massimo D’Alema avrà pure qualche ragione a lamentarsi dello “sputtanamento” che gli è venuto dalle intercettazioni contenute nell’ordinanza di arresto del sindaco Pd di Ischia e di alcuni dirigenti delle coop rosse. In effetti è piuttosto sputtanante inventarsi una seconda vita da imprenditore, produrre un vino e chiamarlo Sfide, e poi giocarsi la sfida imprenditoriale contando su un minimo garantito di acquisti degli amici delle coop rosse. D’Alema però ha grandemente torto nella sua autodifesa contenuta nelle dichiarazioni e nelle interviste rilasciate nei giorni successivi. E ha torto per due motivi…maurizio lupi-Il primo tema della sua autodifesa parte da un assunto del lìder Maximo: “Io non sono come Maurizio Lupi“. Frase piuttosto sgradevole, e che dà l’impressione di quella superiorità morale di cui la sinistra italiana si è sempre vantata e che poi è stata perennemente smentita dai fatti, rendendo ancora più antipatico chi alzava quella bandiera. D’Alema ha poi chiarito, spiegando che lui non è un ministro in carica che ha ricevuto un regalo da chi pensava di lavorare con il suo ministero. Dicendo così però è scivolato su una bella buccia di banana. Perchè ormai le intercettazioni sono state pubblicate, e il loro significato è più che chiaro. Il caso D’Alema è ben peggio di quello di Lupi proprio sotto il profilo di quell’argomento. I dirigenti delle Coop che hanno comprato qualche centinaio di copie del libro di D’Alema e poi 2.200 bottiglie del suo vino, e ancora hanno versato 60 mila euro alla Fondazione italiani europei, l’han fatto con un perché.

Il motivo è ben spiegato nelle loro telefonate: pensano che D’Alema stia per diventare commissario europeo, quindi ministro come Lupi, e siccome per loro “ha già messo le mani nella merda, ci ha dato cose”, sono convinti che con quei regali che gli fanno avranno un buon ritorno dal futuro ministro continentale. Se poi va loro male, non è perchè D’Alema ha respinto al mittente quelle attenzioni, ma è tutto merito di Matteo Renzi. Sì, perchè i dirigenti delle Coop non sono degli sprovveduti: pensavano che D’Alema diventasse commissario europeo dopo avere sentito circolare la voce in ambienti autorevoli. E fonti assai degne di nota assicurano che proprio Renzi gli aveva ventilato quella possibilità, per ridurre il tasso di scontro interno al Pd. Alla fine però il premier ha fregato D’Alema, e fregando lui l’ha messa in quel posto anche alle coop rosse che avevano puntato su quella nomina e si preparavano a riceverne i benefici che avevano immaginato.

d'alema vinoC’è una seconda cosa dell’autodifesa di D’Alema che fa acqua da tutte le parti. “Io sono un privato cittadino”, ha protestato, lasciando intendere così che non avrebbe alcun rilievo, nemmeno politico, l’inserimento di quelle intercettazioni nell’ordinanza di custodia cautelare. Ma si sbaglia: D’Alema non può essere un privato cittadino. Non per il passato che ha, ma per il presente: un privato cittadino non riscuote ogni mese come fa lui un assegno vitalizio da 5.674,21 euro. E’ un privilegio che vale solo per la casta politica, e a pagarglielo sono i contribuenti italiani. Finchè D’Alema riscuote quell’assegno, deve rendere conto di quel che fa ai contribuenti italiani. E’ il minimo loro dovuto. Solo rinunciando a quel vitalizio D’Alema tornerebbe ad essere privato cittadino.

Andrea-ScanziAll’inizio però scrivevo che qualche ragione D’Alema ha. Quale? Per farlo capire uso una tesi che ho sentito in tv da un collega, Andrea Scanzi del Fatto quotidiano (gran conoscitore di vini, e perfido recensore di quelli dalemiani). Lui- ma tanti altri giornalisti sostengono la stessa cosa- ha sostenuto che è ovvio l’interesse pubblico e politico delle intercettazioni che riguardavano D’Alema. Certo che è ovvio, ed altrettanto ovvio che una volta pubblicate nell’ordinanza la stampa non poteva che riferirne. Quel che non è affatto ovvio è che siano contenute nell’ordinanza se D’Alema non è indagato. Non è ovvio, e anzi è assai pericoloso per la democrazia, che i magistrati scrivano provvedimenti giudiziari tenendo presente “un interesse pubblico e politico” che non li riguarda, e non la sola cosa che compete loro: la violazione di norme di legge. Se essersi fatto comprare libri e vini dalla coop ed essersi fatto finanziare la propria fondazione politica, D’Alema deve essere indagato. Se non è reato, è argomento da inchiesta giornalistica, non da provvedimento giudiziario. E in questo caso, come negli altri citati noi giornalisti dovremmo fare innanzitutto mea culpa: perchè non abbiamo fatto inchieste sulla clientela del vino di D’Alema? Perchè aspettiamo sempre il pm di turno che ci scodelli il lavoro già fatto facile e facile e poi difendiamo comodamente seduti in poltrona quel magistrato che lavora per noi invece della nostra professione che sta scomparendo?

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