Pensiero

Andria, Nizza e noi che non siamo più una civiltà

17 Lug , 2016  

Ero lì, a pochi chilometri da quella maledetta ferrovia pugliese poche ore prima che i due treni si avvinghiassero in quel contorcimento che fermava lo scorrere del sangue, spezzava vite, distruggeva famiglie. Sono stato lì quanti anni sulla camminata degli inglesi a Nizza. Ho passato l’infanzia in Liguria, e quando si era più cresciuti il paesino di mare offriva poco all’esuberanza giovanile. Nizza era una meta sicura, quella camminata pure, perché c’era vita. Mia madre era lì ora, e avessi portato i figli come capita d’estate, magari saremmo andati a vedere la festa del 14 luglio, quei fuochi di artificio speciali.

Li ho guardati su Periscope, quella sera, e non sapevo come non sapeva chi stava filmando che quell’esplosione di vita sarebbe divenuto strazio, orrore, cimitero scavato dalle gomme di un tir, dalla pistola di un giustiziere che avevano convinto di essere in missione per conto di un suo Dio sanguinario. Non c’è nulla che lasci più sgomenti dalle immagini girate da un italiano lì sulla promenade. Stava filmando la festa, il concerto, la gente che rideva e scherzava, chi catturava un istante felice da regalare agli amici, qualcuno più anziano che chiacchierava spensierato. Poi il telefonino che catturava la gioia si è voltato lentamente e forse non è manco riuscito a vedere il Tir che macinava e maciullava. Ma era lì davanti. Un istante e poi solo le urla: “Madonna, Madonna…!”, perché non ti esce più il fiato dalla paura e l’orrore di quell’istante e arriva da sé l’invocazione che hai nella carne da quando sei bambina: “Madonna, Madonna…”

scontro-treni-puglia006-1000x600Sangue e morte. Dolore e disperazione. Lo so, sgorgano ogni istante in tutto il mondo. Ma lo capisci davvero quando eri lì a un passo, e sai che non ne sei immune. Poteva accadere qualsiasi mattino mentre prendevi il treno tu per andare al lavoro. O quella volta con gioia per lanciarti nelle vacanze che iniziano. Quante serate di estate hai passeggiato sul lungomare con la famiglia nella festa di paese? Poteva accadere a te, ai tuoi cari. Potevano essere loro i volti di chi è stato maciullato dalle lamiere o dalla folle corsa di quel Tir. Poteva essere mio il dolore che sventra, il cuore che scoppia, l’anima che ti si strappa davanti al macello della carne della tua carne. Lo capisci quando accade lì, dove potevi essere tu o qualcuno dei tuoi.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante i funerali delle vittime dell'incidente ferroviario in Puglia, Andria (Bari), 16 luglio 2016. ANSA/ FRANCESCO AMMENDOLA  UFFICIO STAMPA PRESIDENZA REPUBBLICA ++HO - NO SALES EDITORIAL USE ONLY++

Questa settimana veniva anche a me da urlare “Mio Dio, mio Dio, perché ci hai abbandonato?”, l’urlo di una assenza che cerca una compagnia da cui essere abbracciato nel vuoto in cui improvvisamente ti senti precipitare. Per il mestiere che faccio ho cercato immagini, e gli ultimi giorni sono state come una girandola dell’orrore che rischia di anestetizzare: la Puglia, Nizza, il golpe fallito in Turchia. Molte di quelle che ho trovato subito sui social network erano postate da account arabi. Ho tradotto alla buona i commenti con google, e quasi mai ho trovatoi sentimenti che stavo provando io. In Algeria, in Tunisia, in Egitto, in Qatar davanti a quelle immagini di corpi straziati, davanti ai pietosi veli gettati sopra e anche a quelle bamboline che facevano intuire la vita spezzata senza averla potuta vivere, quasi mai ho trovato un sussulto di pietà. C’erano commenti che facevano rabbrividire, odio verso le nostre vite che traboccava, staffilate: “Ho contato per una vita i miei morti, ora contateli voi”.

attentatore_largeLeggendoli a molti viene rabbia, e quell’odio che fortifica la certezza di una guerra in corso e ormai inevitabile fra civiltà. C’è chi vorrebbe impugnare le armi, difendere quel che resta di noi che è assai poco. Quell’odio però è un fatto. E affonda le sue radici in altri fatti. Ogni giorno c’è un drone che passa su un villaggio, punta all’obiettivo e ne colpisce qualche altro. Un fatto. Lontano quanto vuoi da noi, ma ora assai più vicino di quanto si pensa. Quanti mostri che ora fanno versare il sangue dei nostri sono stati allevati, cresciuti e creati da noi. Dio Mio, Dio Mio, perché ti abbiamo abbandonato?

Non abbiamo risposte e stili di vita in grado di evitare o anestetizzare quel che è accaduto a Nizza, Parigi, Bruxelles, New York. Non abbiamo uomini, né forze, né intelligenze, né capacità per vincere questa guerra che c’è e non si può nascondere. Spesso non abbiamo la forza per guardare in faccia il dolore. Capita che non ne proviamo più, anestetizzati dal bombardamento che rende quotidiano e banale il male e l’orrore. E allora scorrono le vite ordinarie e si addormentano nelle loro comuni giornate da brava gente. E’ questa che chiamiamo civiltà, e non lo è più. Sa sfornare due belle frasi di circostanza, compilare un bigliettino di buon sentimento da lasciare sul campo dell’orrore, si addormenta nel suo slogan che tranquillizza. “Siamo tutti parigini, siamo tutti nizzardi, siamo tutti… e non siamo più nulla”. Che civiltà è quella che non ha più il senso delle cose e addormenta l’orrore nella fiamma di una comoda candela, nello slogan che non costa nulla “Pray for Paris, Prega per Parigi, prega per Bruxelles, prega per Nizza”. E preghiamo mai una sola volta? E a chi rivolgiamo la nostra preghiera di fronte a quel che abbiamo visto?

csdickey-1295743788316940089_5165864Mio Dio, Mio Dio, perché ti abbiamo abbandonato? Quella preghiera è stata nei secoli fra mille sbandamenti il senso della nostra civiltà, la possibilità di stare insieme, la coscienza di un destino comune. L’ha tenuta in piedi quando sbandava, ha dato carne, vita, speranza ai popoli, li ha aperti agli altri. Non c’è più, divorata dal fumo di miti senza gambe e senza volto: la pace che fa la guerra agli altri, la ricchezza che dà progresso e futuro, la moneta che ci tiene insieme. Sembra banale e perfino un po’ sulle nuvole di fronte ai fatti di questi giorni. Ma se non sapremo recuperare le ragioni del nostro essere uomini e donne, se non sapremo guardare in faccia al destino di ognuno di noi, se non ci stringeremo per quel destino comune che ci unisce, non resta che rassegnarci a quel sangue, a quell’odio e quell’orrore che sono più forti dei quattro comodi slogan che abbiamo in testa.

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