L'inchiesta

Quattro capi libici usano le Ong per ricattare con i profughi l’Italia

5 Mag , 2017  

La conferma dopo l’anticipazione di Libero del 29 aprile scorso è arrivata durante l’audizione del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, alla commissione Difesa del Senato: sono le milizie ufficiali libiche a scortare i migranti dalla costa alle navi delle ong che si trovano al limite delle acque territoriali libiche o addirittura all’interno delle stesse. E probabilmente sono quelle stesse improprie “scorte” ai gommoni dei migranti ad avvertire le ong di spegnere i trasponder prima del loro arrivo, in modo da non essere intercettate durante l’operazione né da Frontex né dal sistema centrale di controllo delle capitanerie di porto italiano.

L’elemento del coinvolgimento delle milizie libiche è il vero punto cruciale della vicenda migranti, sia pure oscurato sul piano politico dalla polemica sulle ong che magari hanno comportamenti non correttissimi sotto il profilo legale, ma non sono il motivo per cui da circa un anno le coste italiane sono invase dai migranti. Questo aumento improvviso delle partenze e quindi degli arrivi sulle coste italiane non ha spiegazioni particolari legate a quel che accade nei paesi di provenienza. Il flusso è continuo da anni, ma i picchi solitamente erano legati a vicende interne ai paesi di provenienza che in questi mesi invece non spiegherebbero un aumento delle partenze.

Sembra di essere nella stesa identica situazione in cui esplose l’emergenza migranti sulla rotta balcanica alla fine dell’estate del 2015. Anche allora non fu la drammatica situazione siriana a spiegare quell’eccezionale arrivo di profughi: la guerra andava avanti da anni, ma in quel periodo semmai si stavano riconquistando già aree del paese che erano state sotto il dominio dell’Isis.

Si è poi capito che il grande esodo era più che spintaneo, e che in massima parte non proveniva dalla Siria, ma dai campi profughi in Turchia in cui risiedeva chi era già scappato nei mesi o addirittura negli anni precedenti. Era la Turchia che stava invadendo l’Europa per forzare una richiesta di aiuto finanziario più volte avanzata, senza avere risposta. Quando Erdogan ha ottenuto i 7 miliardi di aiuti da parte dell’Unione europea, come per magia quell’esodo si è arrestato e i migranti in numero assai inferiore hanno ripreso a percorrere le rotte tradizionali del Mediterraneo.

Ora in proporzioni minori sta accadendo la stessa identica cosa di quell’epoca. Non è la Turchia a spingere il nuovo esodo, ma la Libia. Proprio il paese con cui l’Italia si era illusa di avere raggiunto un accordo che avrebbe dovuto avere esattamente l’effetto opposto. Lo ha fatto a febbraio con il governo di Fayez al Sarraj riconosciuto dalla comunità internazionale. Un accordo poi bocciato dal parlamento di Tripoli e impugnato con successo anche davanti alla giustizia ordinaria. L’Italia ha pensato che le difficoltà non sarebbero comunque state insormontabili, che gli 800 milioni promessi ai libici per dare una mano a contenere i flussi migratori avrebbero fatto gola a tutte le parti in causa, e ha immaginato che il solo vero ostacolo fosse nel controllo della costa, che solo in piccola parte era in mano alle forze di al Sarraj, e in gran parte a quelle del generale Khalifa Haftar.

A quel punto il governo di Paolo Gentiloni ha provato a favorire incontri fra le due parti. Non si è mosso nel migliore dei modi. Il 21 aprile scorso ha promosso a Roma davanti all’inviato speciale dell’Onu Martin Kobler un incontro di pace fra Abdulrahman Al-Swehli, presidente dei deputati del Consiglio di Stato di Tripoli e Aguila Salah Issa, presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk. E’ andato male, ed entrambi tornati in patria hanno avuto problemi a raccontare le poche intese raggiunte alle rispettive fazioni. Poco dopo lo stesso governo italiano ha cercato di mettere cappello sull’incontro che si è svolto ad Abu Dabi il 2 maggio scorso fra i due principali protagonisti : al Sarraj e Haftar, che non si erano più incontrati dal gennaio 2016.

L’incontro è stato importante, Roma non c’entrava proprio nulla nella sua organizzazione, e i due sembrano cercare di percorrere una strada comune che unifichi i fronti in lotta. Però non è stato così decisivo come la diplomazia italiana ha venduto. Si dovranno probabilmente rivedere entro fine di questo mese al Cairo, sotto la regia dell’Egitto che è più rilevante di quella italiana, e cercare quel percorso che dovrebbe portare ad elezioni presidenziali e legislative entro l’estate del 2018. Non è una novità assoluta la ricerca di questa intesa fra le parti: si provò anche nel 2015 con un accordo firmato a Skhirat, in Marocco. Ma fu un buco nell’acqua.

Questa volta per quella pace fra i fronti che serve come il pane all’Italia per fermare davvero il flusso di migranti c’è un ostacolo non proprio minore: la necessità prevista dall’intesa di disarmare tutte le milizie presenti sul campo che da anni si fanno la guerra l’una con l’altra. Solo a quel punto Haftar potrebbe essere come vuole il capo del futuro esercito unificato, e da quella posizione di forza magari correre pure per le future presidenziali. Ma le milizie non si disarmano dall’oggi al domani. E ad esempio non hanno alcun a intenzione di arrendersi quelle islamiche che oggi sostengono un terzo soggetto in campo, il governo di Khalifa Al Ghwell, che si sfidano con quello di al Sarraj a Tripoli.

E anche Haftar sembra più debole di un tempo nel fronte militare che dominava: forse proprio per questo sta cercando accordi con al Sarraj. Il suo capo di stato maggiore Abderrazak Nadhouri, sembra non rispondere più al suo comando, e nelle ultime settimane ha preso decisioni non concordate con il generale Haftar, come la nomina di governatori militari in alcune città liberate nell’offensiva di Al Karama e ha impedito alle donne di viaggiare senza un particolare copricapo che devono indossare per la legge islamica i mahram, cioè gli uomini che non sono sposabili. Una scelta che ha aumentato il potere di Nadhouri fra i salafiti della Libia orientale, creando non pochi problemi internazionali alla immagine stessa di Haftar. Sull’altro fronte è evidente l’attacco a Sarraj che sta compiendo Aguila Salah Issa, presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, che punta apertamente al suo posto alla guida del Consiglio Presidenziale.

Che cosa significa tutto questo per l’Italia? Una cosa banale che si sta provando ogni giorno: ogni fazione che ha le sue ambizioni in questo momento ha le sue belle milizie che stanno provando a farci capire come gli accordi per fermare i flussi e soprattutto i soldi che devono accompagnarli non possano essere destinati a una sola fazione, per quanto in questo momento internazionalmente riconosciuta. O si pagano tutti, o questa o quella milizia prenderà i migranti dagli scafisti e li porterà con o senza l’aiuto delle Ong sulla rotta verso l’Italia. Il risultato è chiaro. Il 2016 è stato anno record per gli arrivi sulle coste italiane (furono 181.436). Nei mesi fra febbraio e aprile ne arrivarono 22.653. Nel 2017 in quei tre mesi ne sono arrivati 32.675, cioè 10 mila (il 50%) in più del record di allora. Se c’è una cosa in cui sono brave le fazioni libiche, è farsi capire. Per noi è chiaro, per il governo Gentiloni sembra assai meno.

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