In my opinion

Su Banca Etruria il governo Renzi non ne ha fatta una giusta

14 Mag , 2017  

I fatti sono molto semplici. L’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, scrive nel suo ultimo libro che nel 2015 il ministro dei rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, chiese all’amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, di esaminare un eventuale intervento per rilevare Banca Etruria, di cui era vicepresidente il padre del ministro, Pierluigi Boschi. Su questa rivelazione si è aperto il consueto caravanserraglio politico. Non lo seguo. Seguo solo i fatti. Questo lo rivela De Bortoli, la Boschi nega, Ghizzoni come fanno i riservatissimi banchieri, tace. La Boschi dice di volere querelare. Se querela, in tribunale verrà chiamato a testimoniare con l’obbligo di dire la verità Ghizzoni e dirà se quell’intervento c’è stato o no. Semplice.Proseguo con i fatti. Poco prima del commissariamento di Banca Etruria l’allora presidente della banca aretina, Lorenzo Rosi, incontrò davvero Ghizzoni dopo che qualcuno aveva favorito l’appuntamento. Il dossier su Banca Etruria fu davvero esaminato da Unicredit- cosa che non era nota fino ad ora- e poi scartato probabilmente perché è bastato un breve accenno a Banca d’Italia sull’operazione per sentirsi dire che quella banchetta era decotta e che stava per essere commissariata (cosa che avvenne l’11 febbraio 2015). I fatti sembrerebbero dare ragione a De Bortoli, ma per esserne certi servirebbe quella deposizione di Ghizzoni come teste sotto giuramento. Sono invece balle quelle fatte circolare per smentire questi nuovi fatti che ora apprendiamo. Ad esempio si è detto che il dossier Banca Etruria circolava come molti altri in tutte le banche italiane. Questo è falso. Infatti nonostante Ignazio Visco e la Banca d’Italia avessero chiesto a Rosi e papà Boschi di trovare un partner di elevato standing, la sola ad esaminare un dossier (e poi non ne se fece nulla) fu la Banca popolare di Vicenza. Solo Unicredit ebbe quel dossier per le mani.

Si è detto che in ogni caso il fatto indiscutibile che Unicredit non comprò Banca Etruria dimostra che nessuna pressione fu fatta su Ghizzoni. Ovviamente non c’era bisogno di puntare la pistola alla tempia di chicchessia. Il solo fatto che un ministro senza alcuna delega in materia, ma che come era la Boschi allora, rappresentava più di ogni altro il premier Matteo Renzi chiedesse una cosa del tutto impropria a un amministratore delegato di una banca per salvare il piccolo istituto di cui era vicepresidente il padre è una pressione indebita. Sempre che sia vero, e quello ce lo può dire solo Ghizzoni sotto giuramento.

Altro fatto fino ad oggi ignoto, ma emerso grazie alla rivelazione di De Bortoli (e a uno scoop de La Stampa). Poco prima del commissariamento di Banca Etruria, si diede da fare per salvarla anche un altro membro del governo: Graziano Delrio, all’epoca sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri. Fu lui a telefonare al vertice della Bper chiedendo di vedere se si poteva fare qualcosa per non fare andare a rotoli Etruria. Il fatto è confermato dallo stesso Delrio, e accompagnato da commenti quasi di approvazione: “è normale che un politico si dia da fare per una banca del territorio”. Una scemenza: non è quello il compito di un politico. Per altro, Delrio si immola con generosità, ma il suo territorio non è quello di Etruria: è quello dove opera Bper a cui avrebbe consigliato di prendersi una banca decotta, portando danni all’economia del suo territorio. Aggiungo un fatto: sia Bper che Etruria erano in quel momento quotate in borsa, e un intervento segreto di un membro del governo è anche istituzionalmente scorretto, perché in grado di provocare turbativa di mercato.

Ci sarebbero molti fatti da elencare, ma mi limito a un ultimo. Tutto questo improprio gran da farsi di componenti del governo Renzi per salvare Etruria oltre a non essere lodevole sotto alcun aspetto, è anche in assoluto contrasto con quel che è accaduto nei mesi successivi. Banca Etruria non solo non è stata salvata, ma è stata distrutta proprio dall’incapacità dell’esecutivo dell’epoca, che non ne ha fatta una giusta. Il colpo di grazia è arrivato dal decreto di risoluzione del governo, che svalutò al 17,5% i crediti di Etruria. Una cifra troppo bassa, molto più bassa di quella di mercato (che oscillava fra il 25 e il 30%). Ebbe a riferimento una operazione compiuta dai commissari di Etruria solo una decina di giorni prima della fine: la cessione al Credito Fondiario di 282 milioni di crediti in sofferenza al 14,7% del loro valore.

Quell’operazione, su cui non si è mai fatta vera luce, divenne un punto di riferimento improprio per il commissario concorrenza della Ue. Perché un funzionario del Tesoro e uno di Bankitalia si affrettarono a comunicare alla commissione le caratteristiche di quel regalino fatto al Credito Fondiario, dicendo che quella era l’ultima operazione di mercato avvenuta in Italia. Grazie a questi valorosi primi della classe, la commissione ha detto: “beh, se sul mercato si vendono al 14,7%, non possiamo accettare che per Etruria e le altre vengano svalutati troppo lontani da lì”. In realtà quella fu la sola operazione di mercato avvenuta a cifra così bassa. L’Italia poteva battere i pugni e puntare sopra al 20%. L’avesse fatto , si sarebbero salvati subito i risparmiatori con le subordinate e soprattutto non avrebbero ballato come è avvenuto nei mesi successivi tutte le altre banche, in primis proprio Unicredit. Per colpa di chi? Del governo italiano, che non solo non ha difeso il proprio mercato del credito, ma l’ha messo in grave difficoltà. Compiendo tragicamente un errore dopo l’altro.

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