Economia

Renzi e Padoan, guardate Bolt e cambiate verso in economia

6 Giu , 2016  

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Quello che segue è il testo della conferenza che ho fatto ad Arezzo lunedì 30 maggio scorso davanti a un gruppo di imprenditori e imprenditrici, e professionisti della città.

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Usain Bolt, recordman mondiale sui 100 e 200 metri

Per comprendere se funziona o no l’economia italiana bisogna guardare a Usain Bolt, senza stare a sentire i mille slogan che vi rimbomberanno in testa per altro radicalmente contrapposti a seconda che a recitare la litania sia un sostenitore del governo in carica o un suo acceso oppositore. Perché vi dico di guardare Bolt, il giamaicano che ha il record del mondo nella corsa sia sui 100 che sui 200 metri. Per un motivo molto semplice: il vento. Quel che conta per omologare un record di velocità è il vento. Se è superiore ai due metri al secondo il risultato ottenuto non può venire omologato, perché il vento incide a 2 metri al secondo qualcosina di più di un decimo di secondo sul tempo di gara. La stessa cosa ovviamente se ce l’hai contrario. Il paragone serve a rendere l’idea, e a fare un po’ di piazza pulita di alcuni slogan che vanno per la maggiore negli ultimi tempi. Non ha alcun senso infatti dire: “Con me c’è il segno +, con quelli prima di me c’era il segno -”. Naturalmente è meglio avere il segno “+” davanti in economia rispetto al segno “-”. Ma per capire se davvero è merito o demerito di chi corre, bisogna guardare il vento: non vale dire ho fatto il record se hai un vento di 10 metri al secondo alle spalle che ti favorisce. Così come non è una colpa non averlo fatto se hai contro quello stesso tipo di vento. Bisogna guardare il vento per capire chi dei due atleti ha corso meglio. Oggi probabilmente Bolt, che è un fenomeno, batterebbe gli avversari sia con il vento a favore che con quello contro. Ho visto un video dove partiva con l’handicap di alcuni metri con un avversario giamaicano, e lo bruciava comunque sul traguardo. Bolt è un fenomeno, non tutti però lo sono.

Il passaggio delle consegne Letta-Renzi

Che cosa è il vento in economia? Come facciamo a giudicare se ha influito sulle prestazioni ad esempio di un governo come quello di Matteo Renzi rispetto a quello che lo ha preceduto, guidato da Enrico Letta o da molti altri ancora? Il vento è il ciclo economico complessivo. Quello mondiale, certo, ma come abbiamo visto negli ultimi anni questo può essere fortemente influenzato dai risultati ottenuti solo in alcune aree del mondo: in alcuni anni sono stati i risultati dei Brics a condizionare il ciclo economico mondiale. Cina, India, Brasile, Sudafrica e Russia marciavano con i monsoni alle spalle e inanellavano record su record. Negli altri paesi del mondo però la musica era diversa. L’economia mondiale saliva, ma gran parte dei paesi occidentali tradizionali ancora arrancava.

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L’Europa ora corre, ma l’Italia arranca dietro

Per giudicare l’Italia quindi seguiamo il vento che spira in Europa. Può essere un pizzico sfalsato il dato dell’Europa a 28, perché lì con l’allargamento ad Est alcuni paesi che erano molto indietro e avevano voglia di recuperare posizioni, hanno ingranato la quinta e drogano un pizzico il dato generale. Ma il vento da tenere in conto è sicuramente quello che spira nei 19 paesi dell’area dell’euro. L’Europa era più piccola, poi si è ingrandita con l’allargamento ad Est. Anche l’area dell’euro si è un pizzico gonfiata. Ma un dato è certo: da quando è entrata un vigore la nuova moneta, l’Italia non è più riuscita a stare dietro al vento che spirava in Europa. Fin dal primo anno si è allontanata dalla linea mediana, che negli anni Novanta superava e non di poco. Man mano negli anni si è allontanata dalla curva mediana. Se uno guarda tutti i fondamentali dell’economia anno dopo anno possiamo dire che sulla maggiore parte delle voci l’ingresso nella moneta unica non ha portato all’economia italiana grandi vantaggi. Ci sono certo molti fattori esterni che hanno condizionato i dati, ma il Paese è sempre arrancato non riuscendo nemmeno a mettersi in linea con il vento. Questo significa che quando il ciclo economico era positivo, siamo sempre stati sotto la linea mediana. La ripresa in Italia era più debole di quel che avveniva nella media dei paesi dell’area dell’euro. Stessa cosa al contrario: la crisi è stata più forte di quel che è avvenuto nella media sia dell’area dell’euro che dell’intera Europa.

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il vento che ai alle spalle dice se fai risultati veri o no

Torniamo al vento: per capire se una politica economica funziona o no, il criterio meno discutibile è proprio paragonare i risultati con la forza di quel vento. Fuor di metafora: bisogna vedere se l’Italia nel bene o nel male è più o meno vicina a quella media dei risultati degli altri paesi che hanno la stessa moneta o degli altri che stanno nello stesso vecchio Continente. Se la tua distanza da quella linea mediana resta la stessa (e non vale niente citare i più e i meno, perché ci sono tempi di crisi e di ripresa generale che ti coinvolgono al di là delle tue responsabilità), significa che le politiche di un governo sono state ininfluenti: ti ha portato solo il vento. Se la distanza si accorcia, allora hanno funzionato le scelte di quell’esecutivo. Se la distanza si allarga, è accaduto l’esatto contrario: le scelte del governo in carica non hanno funzionato, anzi. Hanno peggiorato la situazione. Quindi sono scelte sbagliate.

Da quando c’è l’euro l’Italia non corre più

Senza travolgervi con numeri andando fino alla preistoria, vi dico che sui fondamentali dell’economia nei 14 anni della euromoneta l’Italia in 5 anni si è avvicinata di più rispetto all’anno precedente a quella linea mediana, quindi ha fatto meglio della media degli altri paesi, e per 9 volte si è invece allontanata. Per venire a tempi più recenti: dal 2011 al 2015 quella distanza dalla linea mediana è stata sempre più larga. Questo significa che sui fondamentali dell’economia ogni anno è stato peggio dell’altro, e che quindi le misure adottate dai vari governi hanno contribuito a peggiorare la situazione, non a migliorarla. Come vedete è una analisi molto bipartisan, perché sono compresi il governo di Silvio Berlusconi nella sua parte finale, quello di Mario Monti, quello di Enrico Letta e quello di Renzi. Ognuno di loro si è allontanato un pizzico di più da quella linea mediana del predecessore. Quindi ha fatto peggio di lui. Come dicevamo prima qualcuno aveva il segno “-”, e Renzi è arrivato al segno “+”. Ma bisogna tenere conto del vento, come accadrebbe per Bolt. Depurato del ciclo economico generale, i risultati 2015 sono peggio di quelli 2013: l’Italia su alcune voci è più distante di prima dalla media degli altri paesi sia dell’area dell’Euro che della Europa allargata, su altre è alla stessa distanza. Su nessuno dei fondamentali è invece più vicina di prima.

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Il job act non ha inciso davvero sulla disoccupazione

Nemmeno il job act ha avuto reale effetto, pur essendo sceso il tasso di disoccupazione. Quando ha preso le redini del governo Renzi il tasso di disoccupazione italiano era peggiore della media dell’area dell’euro di 0,7 punti percentuali. Oggi la distanza si è allargata a un punto percentuale, quindi le misure del governo hanno inciso negativamente per 0,3 punti percentuali rispetto al ciclo economico. Peggio se si raffronta il dato con quello dei 28 paesi europei: in questo caso ci si è allontanato dalla media di 0,6 punti percentuali (venti mesi fa avevamo un tasso di disoccupazione di 1,9 punti sopra la media europea, oggi di 2,5 punti sopra). Distanze ancora più marcate sulla disoccupazione giovanile: la distanza rispetto ai paesi dell’euro è aumentata di 0,7 punti percentuali rispetto all’area dell’euro e addirittura di due punti percentuali rispetto all’intera Europa.

In ventiquattro mesi si è allargato il divario Italia- area dell’Euro sulla produzione industriale di 0,7 punti (0,6 punti di peggioramento rispetto alla media dell’Europa a 28). Il rapporto fra debito pubblico e Pil è peggiorato di 3,5 punti rispetto alla media dell’area dell’euro e di 2,1 punti rispetto all’Europa intera. Quello fra deficit e Pil è peggiorato fra fine 2013 e il quarto trimestre 2015 di 0,1 punti rispetto all’area dell’euro e di 0,9 punti percentuali rispetto all’Europa a 28. I primi dati 2016 indicano una situazione immutata: la distanza non si è allargata, ma è restata la stessa che si registrava a fine 2015 da quella linea mediana. In sé non è una cattiva notizia: almeno in questi primi mesi l’Italia è stata allineata al ciclo economico generale, e non ha fatto danni alla sua economia. Ma nemmeno ha avuto beneficio alcuno dall’attività di governo. Ci sono molte tabelle che ho elaborato per fare confronti, e una in particolare che mette a confronto il breve governo di Letta con il primo anno del suo successore, è micidiale per l’attuale capo del governo. Perché su tutti i fondamentali l’azione del nuovo esecutivo è stata peggiore di quello precedente. La tabella che avevo elaborato dice infatti Letta batte Renzi 4 a 0. E’ un gioco, perché la partita non è fra i due galli di un pollaio, ma riguarda purtroppo tutti noi e la nostra pelle. Ma è andata così.

La sorpresa delle Regioni

Vi faccio perdere qualche altro tempo per vedere un dato di dettaglio, molto interessante che Eurostat fornisce con periodicità: quello che è avvenuto in termini di crescita o decrescita nelle economie territoriali di Europa. Ovviamente a noi interessa soprattutto l’Italia, e se si vedono quei dati che vengono registrati a una certa distanza (oggi abbiamo quindi ancora i consuntivi 2014), si raccontano realtà assai diverse da quelle che probabilmente abbiamo in mente. Prima sorpresa: le sole zone di Italia a cui non è andata peggio di prima con l’avvento dell’euro, sono le più povere: Basilicata, Puglia, Sicilia, Campania e Calabria. A tutte le altre è invece andata male, e in alcuni casi malissimo: di anno in anno sono diventate più povere. E tra il 2010 e il 2014 hanno compiuto un arretramento record rispetto a quanto avveniva negli altri principali paesi di Europa. Il dato emerge dalla classifica regionale del pil pro capite diffusa da Eurostat con i dati definitivi del 2014 (il primo anno in Italia del governo Renzi), e quelli storici di tutto il periodo di corso dell’euro moneta.

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La zona di Londra è la più ricca di Europa

Un panorama desolante: nessuna regione italiana è nell’elenco delle 30 più ricche di Europa (ce ne erano invece 5 nel 2002). Solo 6 regioni italiane figurano nell’elenco delle prime cento del continente. Erano 11 invece nel 2010 e 13 nel 2002. Il dato conferma dunque a livello regionale o macroprovinciale quel che ben si è capito anche a livello nazionale: le politiche economiche dei governi italiani, soprattutto quelle del periodo 2011-2014 hanno impoverito in eccesso la penisola, tenendola sempre abbondantemente al di sotto della media degli altri paesi europei. Una tendenza che probabilmente si è aggravata ancora di più nel 2015. La provincia autonoma di Bolzano nel 2014 era quella con maggiore ricchezza in Italia, con 39.900 euro di Pil pro capite. Ma si trovava al 31° posto della classifica europea. Ben lontana dal primo posto di Inner London west (172.600 euro di Pil pro capite), e con davanti 6 regioni tedesche, 4 regioni britanniche, 4 olandesi, 4 austriache, 3 svedesi, 3 danesi, 2 belghe, e una ciascuno di Lussemburgo, Francia, Finlandia e Irlanda. Per arrivare alla seconda regione italiana bisogna scendere al 49° posto della Valle D’Aosta (36.700 euro di Pil pro capite) e per arrivare alla prima grande regione- la Lombardia- bisogna scendere al 59° posto (34.900 euro di Pil pro capite). Fra le prime cento di Europa solo la provincia autonoma di Trento (68°), l’Emilia Romagna (76°) e il Lazio (84°). Numeri da vero e proprio declino, in qualche caso addirittura da crollo economico. Nel terribile quadriennio 2010-2014 la peggiore performance è stata messa a segno dal Friuli Venezia Giulia. La regione del Nord Est ha perso addirittura 53 posizioni in classifica, passando dal 72° al 125° posto di Europa per ricchezza pro capite. Secondo caso negativo quello delle Marche, regione che ha perso ben 44 posizioni in classifica, scendendo dal 108° al 152° posto. Terzo posto negativo per Umbria e Veneto, che entrambe hanno perso 34 posizioni in classifica.

Solo 5 regioni italiane non hanno peggiorato la loro posizione in classifica. Sono la Sardegna, che 186° era, e tale è restata, la Sicilia che ha guadagnato 3 posizioni, la Puglia che è risalita di 4, la Campania che ne ha guadagnate 5 e la Basilicata avanzata addirittura di 7 posti. Sono però le regioni più povere di Italia, e si trovano fra il 191° e il 207° posto nella classifica delle 275 regioni europee. Ma non hanno visto crescere il pil: semplicemente ci sono regioni ancora più povere, che sono scese più di loro. In ogni caso davanti al pil pro capite di Puglia, Sicilia, Campania e Calabria ci sono ben 16 regioni spagnole, 2 regioni della Grecia e una ciascuno per Slovenia, Repubblica Ceca, Cipro, Romania e Malta.

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Torino, capoluogo del Piemonte precipitato nel Pil

Il confronto fatto con il 2002, che è stato il primo anno di circolazione dell’euro, è appena più impietoso per le regioni italiane. Ma i numeri della caduta fanno capire che cosa sia accaduto praticamente in tutta Italia con la nuova moneta: ben 17 regioni sono precipitate in classifica. Anche le più ricche. Il peggio è accaduto al Piemonte, indietro di 92 posizioni, seguito dal solito Friuli Venezia Giulia che ne ha perse 88 . L’Umbria ha perso 80 posizioni, la Toscana 69, la Liguria 66, il Veneto 63, l’Emilia Romagna 54 e la Lombardia 41. Non è più nemmeno vero quel che si sosteneva un tempo, che l’Italia avesse un motore vero e competitivo con la Germania nel nord del suo paese. Non è più così nel Nord Est e non lo è nemmeno in Lombardia, regione che oggi è a una distanza siderale non solo dall’area di Londra o dai lander tedeschi, ma dall’Ile de France, dalla Scozia del Nord, dalle regioni austriache, da mezza Danimarca, di tutta la Svezia e perfino della provincia belga di West-Vlaanderen.

Le ricette usate

I numeri evidentemente ci condannano e dicono che i governi che si sono succeduti non hanno trovato la ricetta di politica economica necessaria a cambiare verso, secondo lo slogan utilizzato da Renzi. Ovviamente ci sono stati presupposti diversi per ciascuno di loro, e le scelte dell’uno hanno spesso influenzato e condizionato gli spazi di manovra dell’altro. Non siamo qui per distribuire le colpe, che spesso sono difficilmente attribuibili all’uno o all’altro. Tutte le manovre economiche che sono state fatte dal 2011 al 2015 hanno avuto effetto depressivo sull’economia italiana, nel senso che abbiamo spiegato prima: hanno allargato la distanza dal ciclo economico generale in Europa. Eppure le ricette sono state spesso diverse. Non stupisce che siano state depressive le manovre attuate dall’ultimo governo Berlusconi e da quello Monti: lo erano anche concettualmente, e gli esiti sono stati quelli che le leggi dell’economia avrebbero immaginato il giorno stesso del loro varo. La sorpresa arriva invece dalle politiche economiche di Letta e Renzi, perché nella loro ideazione non erano affatto depressive, anzi. Ma non hanno funzionato. Forse ci vuole più tempo, e non è detto che questo sia a disposizione. Forse è stata fatta una scelta corretta secondo le scuole di pensiero, ma non adatta alla realtà e ai tempi.

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Il passaggio delle consegne Berlusconi-Monti

E’ evidente che su Berlusconi e Monti ha pesato come un macigno la crisi finanziaria dell’estate 2011: l’Italia è stata messa alle corde, i titoli di Stato sono schizzati in alto, c’era il rischio di fare fallire il paese attaccato sul fianco che aveva più esposto, quello del debito pubblico. Le manovre dell’estate 2011 di Berlusconi e il salva-Italia di Monti rispondevano a questa emergenza, ed erano fortemente depressive, aumentando tasse (anche Berlusconi lo ha fatto) e riducendo il reddito a disposizione degli italiani. L’effetto è stato quello scontato. Su tutte poi è aleggiata quella clausola di salvaguardia degli aumenti Iva, alcuni scattati, altri ancora in agguato, che complicano la scrittura di ogni manovra economica. Forse resteranno sospesi grazie alla nuova flessibilità concessa all’Italia nel 2017, ma non saranno più rinviabili nel 2018. E pesano ancora per 17 miliardi di euro. Se oggi dovessero scattare quegli aumenti Iva, l’economia italiana sarebbe irrimediabilmente compromessa, e ogni speranza di agganciare quella curva mediana di cui abbiamo parlato, sarebbe vana.

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Arezzo sotto la luna

Andiamo direttamente alle misure che meglio abbiamo presente, adottate dal governo Renzi. Come tutti sappiamo quella più rilevante di politica economica riguarda il bonus da 80 euro concesso a una certa fascia di reddito. E’ costato poco meno di dieci miliardi di euro, e sulla carta ha riguardato 11 milioni di italiani, che avevano un reddito lordo oscillante fra 8 mila e 26.500 euro annui. Diciamo sulla carta perché proprio in queste ore è emerso che 1,4 milioni di italiani lo hanno ricevuto, ma non ne avrebbero avuto diritto e ora debbono restituirlo con il pagamento delle tasse. Nel 2014 e nel 2015 gli 80 euro sono stati davvero un bonus, e hanno complicato un po’ il quadro di finanza pubblica. Perché le regole europee hanno imposto di conteggiarlo non come vantaggio fiscale (era stato pensato così), ma appunto come bonus: spesa pubblica da aggiungere a quella per previdenza e assistenza. E’ stato conteggiato sostanzialmente come la social card che avevano ideato Berlusconi e Giulio Tremonti. Noi abbiamo un sistema fiscale progressivo, e se tu riduci le tasse su qualche scaglione, debbono beneficiarne fino a quella cifra anche gli scaglioni superiori. Ad esempio cambi una aliquota intermedia, il vantaggio sarà grande per i redditi fino a quel tetto, ma ci sarà pure per chi guadagna di più che- ad esempio- fino a 26.500 euro pagherà un po’ meno di prima. Siccome non si voleva questa estensione, che sarebbe costata di più e di cui avrebbero beneficiato i super-ricchi, cosa ritenuta iniqua, si è scelta la formula del bonus, ben sapendo tutte le conseguenze negative che ci sarebbero state sulla contabilità.

Per il 2016 invece è cambiata: il bonus viene trattato come un credito di imposta concesso, detraibile. Contabilmente agisce sulla riduzione della pressione fiscale e non è spesa pubblica in eccesso. Ma ha quel difetto: il combinato disposto del 730 a casa e degli 80 euro come credito di imposta ha fatto scattare la tagliola. Cosa è accaduto? Il 730 precompilato ha deciso che si aveva diritto al bonus, però si è perso qualche reddito extra che fa salire oltre soglia, e allora bisogna restituire tutto. Vedremo gli effetti che purtroppo ci saranno sul ciclo economico per quella doccia fredda che si riverserà su 1,4 milioni di italiani.

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La piazza centrale di Arezzo

Intanto possiamo raccontare gli effetti di quel bonus sul ciclo economico. Ci si immaginava che potessero influire- oltre al vento generale- sui consumi. Questo però non è accaduto né nel 2014 né nel 2015. Perché? Primo per un principio generale: i bonus fiscali si riflettono in tempi rapidissimi sui consumi quando sono concessi ai redditi alti. Il motivo è semplice: quel che arriva in più non è essenziale, e può essere più facilmente speso anche per cose non essenziali. Chi invece già stringe la cinghia è più restio ad utilizzare qualcosina in più che arriva non previsto. Rispetto a dieci anni fa poi- e lo conoscete bene qui ad Arezzo per le note vicende bancarie che hanno segnato questo territorio- gli italiani hanno rotto un tabù: si sono indebitati per andare avanti. Magari hanno impiegato quel bonus per alleggerire la propria posizione con la banca, pagare un po’ di interessi che gli stavano complicando la vita. Di più: è possibile che sui conti di fine anno quel bonus non ci sia affatto stato, o sia stato fortemente limato da altri aumenti che nel frattempo sono scattati. Dipende dalle zone di Italia, ma in alcuni territori gran parte di quel vantaggio è sfumato per l’aumento delle aliquote fiscali territoriali. Come sapete solo la legge di stabilità per il 2016 ha messo un blocco a quella voce, ed è possibile che qualche effetto sui consumi finalmente si possa vedere. Dovremo valutarlo però parallelamente all’effetto depressivo di quel 1,4 milioni di italiani che dovrà restituire al fisco il vantaggio ottenuto. Vedremo.

Le alternative possibili

Se le scelte adottate fin qui non hanno funzionato, ce ne sarebbero state alternative più utili? Con il senno di poi molte altre. Però forse qualcosa ancora si può fare. Se chi guida un paese vede che la sua ricetta non funziona, ed è persona intelligente, invece di insistere testardamente cambia strada. Temo non sia quello che sta avvenendo, visto il moltiplicarsi di bonus da 80 euro come funghi (ora ai poliziotti, poi forse ad altri statali, poi bonus ai giovani, bonus alle nuove coppie tutti con la stessa filosofia).

Il premier inglese David Cameron

inglese David Cameron

Il premier ungherese Victor Orban

Il premier ungherese Victor Orban

Ma anche qui vale la pena vedere che cosa è avvenuto in Europa. L’Italia è stata superata nella classifica del Pil e perfino in quella della crescita dell’occupazione da molti altri paesi che dovrebbero starle alle spalle: Slovenia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Bulgaria, per certi versi la Spagna, in qualche caso perfino la Croazia, è aumentata notevolmente la distanza anche con il Regno Unito, l’Irlanda, la Polonia, la Romania. Nella maggiore parte di quei paesi che scelte sono state fatte durante la crisi? Sostanzialmente una: dirottare le poche risorse a disposizione per le regole comuni su investimenti pubblici. Il risultato ha dato ragione a loro, essendo anti-ciclico. Pensiamo all’Italia: quei 10 miliardi del bonus di 80 euro non sono una somma enorme, ma già qualcosa interessante da mettere a frutto. Pochi per una riforma fiscale di ampio respiro: sull’Irpef generale produrrebbero scarsi effetti. Ma non pochissimi se investiti ad esempio su spesa che in Italia è comunque necessaria: investimenti pubblici per mettere in sicurezza il territorio. Tanto prima o poi ti capita di doverlo fare, perché lì arriva l’alluvione, là trema la terra, là ancora si smuove una frana. Un investimento pubblico di questo tipo fa inevitabilmente da moltiplicatore, perché chiama altri investimenti privati. Ha effetti sulla disoccupazione, perché offre posti di lavoro a chi non li ha. Si riflette sui consumi perché se non spende chi ha poco e ha paura che qualcuno altro gli porti via gli 80 euro, inevitabilmente spende chi non aveva nulla e finalmente può mangiare, vestirsi, lavarsi, magari fare un figlio o fare studiare i figli che già aveva. Probabilmente quei posti di lavoro indotti dagli investimenti pubblici tolgono alcuni dai sussidi di disoccupazione, quindi è possibile che tu spenda 10 e magari poi risparmi 2 o tre in quel modo.

Questo è quel che è avvenuto in quel gruppo di paesi che a differenza dell’Italia ha puntato sugli investimenti pubblici riuscendo ad andare oltre quel vento che già soffiava. Qualche rischio c’è, perché l’orizzonte di fronte non è così vasto. C’è qualche incertezza su dove spirerà il vento, potrebbe volgersi e soffiare presto contro. Ma se la strada che hai imboccato non ti porta da nessuna parte, è saggio tornare indietro sui propri passi e seguire quella più sicura che altri hanno già battuto con successo.

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