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Chapeau a Grasso per quel libro e per il suo no in Sicilia

26 Giu , 2017  

Mi è capitato più volte di osservare dalla tribuna del Senato Piero Grasso mentre presiedeva l’assemblea di palazzo Madama, e altrettante ho assistito nell’altro ramo del Parlamento a sedute guidate da Laura Boldrini. Il confronto fra i due è talmente sproporzionato, che ho maturato una istintiva simpatia per Grasso. Un po’ per la sua capacità di sdrammatizzare situazioni difficili con la battuta giusta al momento giusto o per le faccette in cui si esibisce che valgono più di molti noiosi discorsi. Un po’ per il parallelo con l’altra, sempre respingente, del tutto priva di spirito, specialista nell’ingarbugliare grazie al pessimo carattere situazioni semplici.

Faccio questa lunga premessa perché volevo parlarvi di una lettura che mi ha coinvolto, fatto pensare e stupito piacevolmente: le “Storie di sangue, amici e fantasmi” che il presidente del Senato- già magistrato antimafia di primissimo livello- ha scritto per Feltrinelli. Ho preso in mano quel testo con la simpatia naturale che mi è nata per Grasso, e può essere che mi abbia fatto velo. Il libro però non ha nulla a che vedere con palazzo Madama, ed è un documentario fatto di brevi filmati della sua storia di magistrato in Sicilia e talvolta a Roma (è stato procuratore nazionale antimafia) che ha la potenza del racconto in prima persona, dei fatti realmente vissuti, degli uomini che lo hanno accompagnato in quella lunga storia.

Il saggio si apre e si chiude con due lettere immaginarie a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che ne sono anche la motivazione: siamo a 25 anni dalle stragi che hanno messo fine alla loro vita. C’è un po’ di retorica in quei testi, e non ne manca anche in altri brevi ricordi di magistrati, poliziotti, uomini politici segnati dalla stessa tragica fine. Ma la si comprende e perdona per i fotogrammi di vita vissuta insieme, per l’amicizia che legava Grasso a ciascuna di quelle vite, che traspare sempre con grande delicatezza. Il fascino del testo è però altrove, nell’essere un saggio breve di storia della mafia dove nulla manca e tutto o quasi è filtrato dall’occhio del testimone diretto, dell’amico, del collega, di chi ha attraversato a braccetto con ciascuno dei protagonisti quella storia.

Se dovessi consigliare a qualche ragazzo in età scolare o ai miei figli universitari un manuale della storia contemporanea dell’Italia e della Sicilia, dell’intreccio fra potere mafioso e politica, non saprei indicare un testo più efficace. Perché Grasso in poco racconta tutto, nella miniatura che ti prende e appassiona è capace di farti scorgere l’affresco complessivo, in cui ogni tessera ha la sua storia ma è lì a formare l’intero dipinto. Troverete la storia di Cosa Nostra in ogni frammento del racconto del maxi processo in cui lo stesso Grasso fu giudice. Così nel capitolo sulla cattura di Bernardo Provenzano, che è piccolo romanzo in sé.

Si legge come la sceneggiatura di un film il capitolo dei “ritratti”, in cui l’occhio e la memoria di Grasso si posano come la carrellata di una telecamera sulle vite di Boris Giuliano, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Ninni Cassarà, Rosario Livatino, Pino Puglisi e altri ancora: ogni storia una docu-fiction che potrebbe essere un altro film, eppure in poche immagini scelte c’è davvero tutto.

Dall’inizio degli anni Ottanta cerco di fare il mestiere di giornalista, e molti fatti qui raccontati li ho vissuti da lontano, quasi sempre da lettore, talvolta più vicino da cronista. In molti luoghi dove sono stato e ho lavorato non c’era simpatia istintiva per quella che negli anni è diventata l’antimafia. Ho vissuto sospetti verso alcuni protagonismi, polemiche sul diritto e le garanzie, e anche dispute accesissime sulla gestione dei pentiti. Anche per questo mi ha fatto pensare il libro di Grasso. Non si può giudicare quella storia che è fatta di terra e di sangue né da una poltrona in redazione, né con la calcolata freddezza di una contesa politica in un’aula parlamentare.

Vivendo ora quei filmati così vivi nel racconto dei corpi di magistrati e poliziotti falcidiati, del dolore che sventra e strappa l’anima di una moglie, di un figlio, di una madre, un padre o un fratello, o delle prepotenze subite senza mai potere alzare il capo, mi rendo conto di quante idiozie ci è capitato dire e scrivere negli anni nel nome di un garantismo garanzia del nulla.

Mentre leggevo apparivano sulla stampa indiscrezioni e poi notizie di una possibile candidatura di Grasso alle prossime elezioni siciliane, e devo dire che non mi dispiace la sua fresca scelta di declinare l’invito. Nel libro lui spiega perché si è candidato nel 2013, e la promessa che aveva fatto anche a Falcone e Borsellino che si specchia nel suo primo e unico disegno di legge depositato. E’ stata una fortuna per lui e anche per quella storia che subito sia stato tolto dalla mischia, elevato alla seconda carica istituzionale della Repubblica. Non credo- con tutto il rispetto per la sua persona- che diventare strumento di tattiche e strategie altrui sia destino che possa meritare questa storia così ben narrata. So che non sarà stato facile per lui siciliano dire quel no. Chapeau!

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