Clamoroso

Giallo al Cnel, un Renzi boy ha tentato di ucciderlo dopo il referendum

8 Feb , 2017  

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Sembra una maledizione, ma quei poveracci del Cnel non hanno fatto in tempo la sera del 4 dicembre scorso a stappare quelle piccole bottiglie di spumante per festeggiare la propria sopravvivenza, che improvvisamente hanno scoperto di essere tornati a un passo dalla tomba. Sì, perché quella abolizione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro che gli italiani non hanno voluto bocciando il testo di riforma costituzionale di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, è riapparsa in Parlamento durante la recente discussione del decreto mille proroghe. Una doppia beffa, da un lato perché quel decreto come dice il nome è fatto per allungare la vita e non per spegnerla come stava per avvenire con il Cnel. Beffa però anche per altro motivo: la nuova fine dell’organo di rilevanza Costituzionale era stata annunciata in Senato come suicidio volontario: la proposta di auto-riforma del Cnel stesso. Che però ne era ignaro, ed è nato un vero giallo istituzionale.

Tutto è accaduto a un ricevimento al Quirinale dove il presidente del Cnel, Delio Napoleone (Confindustria), ha incontrato per caso il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri, conosciuto venti anni prima. Il discorso è caduto proprio sulle conseguenze del risultato referendario. Napoleone ha spiegato che il Cnel ormai stava vivendo di aria, perché nella certezza di vincere la sua battaglia Renzi aveva staccato la spina da tempo:via indennità e gettoni di presenza dei consiglieri, tagliati i fondi per il funzionamento. Dopo il 4 dicembre tornato in vita, ma senza fondi. Napoleone ha spiegato: “Stiamo preparando una proposta di riforma della legge ordinaria di funzionamento del Cnel che lo renda utile a tutti, sanando i difetti mostrati negli anni. Con costi ridotti…”.

Gasparri lo ha guardato e interrotto: “Lo so. Ci è arrivata quella proposta, e sta per essere votata…”. Napoleone sorpreso: “Arrivata? Ma se non l’abbiamo ancora nemmeno discussa…”. Piccola istruttoria nei giorni successivi ed è saltato fuori un emendamento al mille proroghe a prima firma della senatrice Cinzia Bonfrisco (Cor) che sistemava per sempre il Cnel. Come? Trasferendo gran parte delle sue competenze di legge e della dotazione organica alla Corte dei Conti, insieme ai relativi finanziamenti. Di tutto questo i vertici del Cnel non sapevano nulla. Eppure in Parlamento erano tutti convinti che la proposta arrivasse da loro.

Breve inchiesta interna ed è saltato fuori che l’equivoco è venuto fuori perché sembra che la paternità di quell’emendamento fosse di Franco Massi, attuale segretario generale del Cnel. Così almeno ha appurato la ricostruzione effettuata da Gasparri in Senato. Massi è un magistrato della Corte dei Conti che però è quasi sempre stato distaccato altrove, di solito in qualche ministero. Arrivato al Cnel pare con l’appoggio di Gianni Letta, ha trovato poi una buona intesa con Renzi e il suo governo, tanto che all’interno di villa Lubin tutti lo conoscono come “il renziano, l’uomo di Renzi”. Così dal 2014 ha cominciato a lavorare alla soppressione del suo posto di lavoro (e di quello di tutti gli altri) al Cnel.

Un kamikaze? Macché: mentre scavava la fossa lì, Massi era stato nominato fin dal 19 gennaio 2015 vicesegretario generale del ministero della Difesa, mantenendo però il doppio incarico, anche se al Cnel che voleva cancellare dalla faccia della terra non metteva quasi mai piede. Fu Napoleone a scrivergli all’inizio del 2016 per chiedere le ragioni della sua latitanza, e il 3 marzo 2016 Massi rispose per lettera che lui da lì non sarebbe andato via fino all’ultimo giorno, e che così aveva deciso Renzi basandosi su un parere della avvocatura dello Stato. Con quel parere sarebbe dovuto restare in carica fino al 4 dicembre, ma il referendum ha salvato il Cnel e Massi ha deciso di non dimettersi (il suo incarico sarebbe scaduto). Anzi, di ribaltare il referendum tutto da solo con quell’operazione di trasloco di funzioni alla Corte dei Conti.

E ha creato un bell’incidente istituzionale, visto che il 25 gennaio scorso Napoleone ha preso carta e penna e scritto al presidente della Corte dei Conti, Arturo Martucci di Scarfizzi, per chiedere conto di quell’incredibile blitz. Con tono diplomatico però la lettera si conclude così: “sono certo che Lei non era al corrente di tale proposta che qualche mano zelante ha voluto porre in essere”, e si chiedeva di bloccarla. Cosa che è avvenuta per altro naturalmente in Parlamento non appena svelato che quel testo non apparteneva affatto al Cnel: l’emendamento Bonfrisco è stato ritenuto inammissibile. Certo dopo questa vicenda la permanenza al Cnel del segretario generale sembra compromessa.

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